
Se vi piace leggere
storie su storie questo libro deve categoricamente essere sul vostro comodino entro questa sera.
Sono 535 pagine e io le ho letto in una settimana: appena sveglia la mattina, mentre mi lavavo i denti, mentre camminavo verso la fermata, mentre passavo i tornelli della metro, mentre salivo le scale, mentre facevo pipì, mentre cucinavo e anche mentre mangiavo. Ho perso i contatti con ogni realtà perché sapevo che l’unico modo per scoprire se il libro era avvincente al punto giusto, era riuscire ad arrivare alla fine, sciogliere tutti i misteri, subito.
Il primo mistero è la tredicesima storia, quella mancante.
Ma è solo uno dei tanti. Ogni personaggio ha il suo racconto e ogni racconto ha la sua magia. No, non sono una persona che si lascia affascinare dai fantasmi, eppure arrendersi al magnetismo di questa scrittura è l’unica cosa da fare. L’eleganza di un tempo collocabile verso la fine dell’ottocento, le ambientazioni vittoriane tipiche di famiglie molto ricche ma decadenti, nell’aspetto e nella psiche.
A ogni personaggio la sua eccezionale particolarità, ognuno relegato nella propria solitudine ma coinvolto nella storia con la stessa importanza degli altri.
La sensazione di aprire una porta e trovare altre porte, leggere la storia di Margaret Lea che scrive di Vida Winter, la quale parla di due gemelle, Adeline ed Emmeline, nate da una donna bellissima, Isabelle legata morbosamente al fratello Charlie. Una storia di legami e separazioni, di notti col temporale e incendi nel cuore della notte.
Un grande intreccio di vite spiegate con la massima lucidità, tanto da non poter accusare nessuno di parlare più chiaramente. Un romanzo come forse se ne leggevano quando eravamo piccoli: uno schema preciso dove c’erano la tata e il giardiniere, il gigante buono e il bosco, la governante severa e il dottore risoluto, e poi… tutti gli altri abitanti, “la gente” intimorita da ciò che non conosce.
“Comincerò dall’inizio.
Anche se l’inizio non è mai dove si pensa. Attribuiamo una tale importanza alle nostre vite da essere portati a pensare che la loro storia cominci con la nostra nascita. Prima non c’era niente, poi sono nata io… Ma così non è”.
A cura di Joyce Hueting
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