
La copertina è bianca, solo bianca, nient’altro che bianca. A riempire l’assenza di colori, oltre qualche carattere digitale, le ciglia di un paio d’occhi, evidentemente chiusi.
Cos’è questo spazio? E cosa si può dire o fare in questo spazio?
Maria, voce narrante del romanzo, è una donna, piegata da un imprevisto cui non si può sfuggire. La nascita di una bambina,
prematura, il cui respiro è prodotto da macchine artificiali; un corpo minuscolo posato nel bianco lettino, il dono della vita nella sospensione surreale di un’incubatrice.
Quando non c’è nessuno a stabilire un tempo d’attesa,
l’attesa stessa diventa uno spazio difficile da riempire, straziante capire quanta libertà si ha di pensare ad altro o quanto ci si può permettere di pensare a se stessi. Avere la sensazione che tutt’intorno il tuo mondo va avanti e non poterne far parte perché si è sull’attenti, pronti a metabolizzare la duplice e contrastante possibilità, di estrema gioia o estrema sofferenza. Lo spazio bianco tra la vita e la morte di qualcuno che ti appartiene come mai nulla ti è appartenuto.
Lo spazio bianco tra il soffitto e il pavimento di un ospedale. Ma la forza di questo libro è nelle osservazioni di Maria, nel suo
essere donna come io vivo le donne del mio immaginario. Una donna che non si assenta dai suoi principi, che per quanto possa temere la sua sensibilità, non la reprime, piuttosto la usa per lottare. Maria, che usa gli interrogativi per mantenere la lucidità e non per abbandonarsi all’angoscia di chi non sa nulla del futuro.
Una donna che negli
intercapedini della silenziosa introspezione, risponde alla burocrazia italiana, alla modesta e soddisfacente realtà del suo lavoro, agli alunni, anche un po’ cresciuti, della scuola serale in cui insegna.
“Mi sembrava che gli altri si lasciassero scorrere, mentre io ero come uno scoglio che dava intralcio alla corrente e da essa con odio si lasciava corrodere”Valeria Parrella, Lo spazio bianco
Einaudi, 2008
€14,80
a cura di Joyce Hueting
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