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La solidarietà fra donne esiste?

La solidarietà femminile è una chimera? La nostra storia sul tema, pensando al giorno dedicato all'iniziativa #donnexdonne, alla ricerca delle buone prassi al femminile

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Il mondo si divide in due categorie, le buone persone e quelle meno. O almeno io credo in questa distinzione. Questo significa chiaramente che il discorso di categorie femminile vs maschile, non regge già dalla premessa. Non è vero che le donne sono solidali fra loro per il semplice fatto di avere un utero e partorire con dolore. Non è vero che le donne sono unite da secoli di lotte contro il maschilismo, non è vero che l'amicizia in rosa è più vera e genuina, non è vero che il solo fatto di essere parte di un gruppo che di fatto è in minoranza - non numerica ma di gioco-forza - renda l'unione spontanea, sincera, rafforzata. Già tempo fa, in modo ironico, avevamo accennato al discorso dell'invidia femminile. E del fatto che in contesti lavorativi e relazionali, soprattutto laddove subentra l'elemento maschile - sia il tipo carino che arriva in ufficio, sia la gerarchia lavorativa strutturata e imposta - cessa immediatamente l'empatia in gonnella. Mi verrebbe da dire allora, preferisco non scrivere nulla, per non far parte delle voci fuori dal coro di #donnexdonne, alla ricerca delle buone prassi al femminile, la bella iniziativa che trova nel 21 Luglio il suo giorno simbolico, per portare in rete le testimonianze di storie vere e belle fra donne che sanno sostenersi a vicenda.

Ma allora il mondo delle donne è davvero un brutto posto popolato da streghe pronte a soffocarsi a vicenda a colpi di incantesimi? Viviamo in castelli di ruoli duri come il cemento - il capo contro il sottoposto, la madre che guarda con sospetto chi non lo è, la sistemata contro la single - dove fatichi perfino a dire, ti riconosco, noi siamo simili, e non solo per quella doppia X. Prendo tempo, raccolgo le idee, cercando di uscire di nuovo dalla trappola delle categorie e di guardare oltre il cinismo con cui ho difeso la mia ingenuità ottocentesca. Non quella che mi faceva credere al principe azzurro, no. Quella con cui riponevo tutta la mia fiducia nelle donne, che a volte sembra un atto più difficile che riporla nelle Fate.

Riproviamo. Quante donne generose senza secondi fini, capaci di empatizzare, intelligenti emotivamente ho avuto nel mio percorso? Ci metto un po' a rispondere ma il numero supera le 15 unità. E' segno che la questione sulla solidarietà femminile non può essere archiviata con un banale: è una chimera vuota. Ricordo l'infermiera che mi teneva la mano in quella sala dove il dottore, uomo, non riusciva a distinguermi da un pezzo di carne. Ricordo di aver pensato, per fortuna che c'è lei, può capire. Vedo un gruppo di signore over 60, alcune senza marito da un po', stanno preparando la coperta dell'amicizia. Sono passati 10 anni da quella scena, e la coperta non è ancora finita. Ma so che si tratta di una scusa, per continuare a cucire insieme pezzi di stoffa colorata, bevendo tè alla vaniglia e mangiando crostate fatte in casa. Tirando fuori ricordi, problemi e pettegolezzi innocenti. Un modo come un altro di resistere. Ripenso all'ultima volta che sono uscita fra donne. Si parlavano dietro a vicenda, le une con le altre, fra una pausa sigaretta e l'altra. Mi sono subito detta: questo con le mie amiche non accadrà mai. E ho tirato un sospiro di sollievo, perchè so che è vero. Ricordo l'incontro con le organizzatrici della Casa della salute della Donna e del Bambino e suor Lucie
che spiegava alle ragazze madri africane come si usa un preservativo. Ricordo Viviana, la prima persona che mi rivolta la parola a quel dannato corso su cui avevo puntato tutto. Con lei ho avuto il mio primo colpo di fulmine fra amiche. Ricordo la nostra ultima telefonata, prima che la facesse finita con tutto. Ricordo, nel devastante dolore di averla persa, di averla capita. Ricordo il bellissimo film We want Sex e di aver letto rapita la storia delle operaie di Dagenham e quanto ha contato per me durante la peggior giornata lavorativa della mia vita, trovarmi davanti una donna, collega, amica, a dirmi ehi, guarda che passa.

Non penso di conoscere storie di squadre in rosa nè di Fate operaie a lavoro o per strada che corrono a sostenersi a vicenda per il semplice fatto di essere dello stesso sesso. Non conosco buone prassi nè colpevolizzo la famiglia o la Storia per le cattive. Credo invece nella libertà degli individui di scegliere sempre come comportarsi. Credo che comportarsi meglio - in modo solidale, empatico ma non patetico - sia più difficile che fare l'opposto. So che potrei continuare a citare le mie piccole storie per ore. E che queste storie non parlano di Fate nè di principi o padri, ma solo di donne