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Intervista a Valerio Mastandrea: dai David di Donatello al primo film da regista

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L'attore romano Valerio Mastandrea ci parla delle sue soddisfazioni, dalla conquista del David di Donatello per Fiore al suo primo film da regista che si chiamerà Ride

Intervista a Valerio Mastandrea

“L’ulivo è una delle massime espressioni di attaccamento alla terra, inteso non come radice impermeabile al confronto con l’esterno, come tradizione chiusa e culturalmente sigillata, ma ritengo, anche in relazione alle lotte sul territorio di queste ultime settimane, che possa assumere un valore simbolico molto forte. Sono l’unica frontiera con cui recuperare il senso di appartenenza, non chiudendosi agli altri ma allargando gli orizzonti”. Parole di Valerio Mastandrea, classe 1972, interprete autoironico, onesto e graffiante.

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Uno degli artisti italiani di maggior talento è arrivato a Lecce, nell’ambito del diciottesimo Festival del Cinema europeo, per ricevere l’Ulivo d’Oro come Protagonista del cinema italiano.  Il vincitore del David di Donatello 2017, come Miglior attore non protagonista per il film Fiore di Claudio Giovannesi, è un fiume in piena. “Mi sento già anziano parlando di carriera”. Eppure ha sorpreso tutti. Da quando fu scoperto giovanissimo in mezzo al pubblico del Maurizio Costanzo Show è passato dal cinema indipendente al teatro fino alla consacrazione. Interprete versatile,  sessantacinque pellicole all’attivo, sta per debuttare alla regia con un film: “piccolo ma potente”, come ci tiene a sottolineare, che si chiama Ride, accanto alla stessa squadra di Non essere cattivo del compianto Claudio Caligari dove ci sarà anche l'amico e collega Marco Giallini. Ecco la nostra intervista

Riceve un premio alla carriera a soli 45 anni, ad oggi quale è il suo bilancio?

Non ricco di riflessioni, ma di paturnie e non c’è tempo per analizzarle tutte. Ho pensato spesso negli ultimi anni che il tempo passa. E’ da quando ho 22 anni che faccio questo mestiere che mi ha regalato tanti momenti ed esperienze, belli e brutti.

Ha fatto sempre quello che le andava di fare?

Si, sempre. Ho sbagliato moltissimi film e sono contento di averli sbagliati, ma non perché sono andati male al botteghino: li ho proprio sbagliati perché li ho voluti affrontare prima come attore e poi come persona e li ho sempre toppati.

Allora cosa la spinge a mettersi ancora in gioco come attore?

Non perdere la curiosità, altrimenti rischi che diventi una “routine emotiva” perché la bellezza di questo mestiere è l’immersione costante, a volte, o a intermittenza, altre, dentro il proprio bacino emotivo, che è sempre pieno di cose da riempire e da svuotare. E nel momento in cui non ti sorprendi più finisce il principio attivo di questa medicina che è il cinema e non ha più effetto su di te.

Attore, poi produttore e ora è passato dietro la macchina da presa e sta per esordire nel suo primo lungometraggio.

L’8 maggio inizio le riprese del mio primo film da regista Ride un film: “triste ma che fa ridere” come mi ha detto Paolo Virzì dopo aver letto la sceneggiatura. Sono tanti anni che ci penso ma ho avuto il coraggio solo adesso di mettere in pratica questo desiderio. Veder lavorare gli attori dall’altra parte è bellissimo. Ho avuto poche esperienze: un cortometraggio e poi durante Non essere cattivo ero sempre accanto a Claudio Caligari, stavo sempre là.

Di cosa parla?

Siamo un po’ in ritardo con il cast per un sacco di motivi. Girerò vicino Roma e la protagonista è una ragazza di 30 anni. E’ un film che mi riguarda tantissimo.

Quale linguaggio preferisce teatro o cinema?

Il mio è un mestiere solo e ha vari contesti in cui potersi esprimere. Il teatro è un live, è come fare un concerto o registrare un disco per tre mesi. E’ la stessa identica cosa. A me fare teatro aiuta tantissimo, soprattutto nei momenti di sconforto, inteso come stanchezza nei confronti del mio mestiere.

Ha girato in molte periferie e borgate, secondo lei è un luogo che riesce a dare vita a più storie rispetto ai grandi centri?

E’ un contesto in cui i sentimenti sono meno veicolati da finti modi di essere, in cui è più facile essere se stessi ed è per questo che è più difficile sopravvivere. Almeno io la vedo così. Le periferie del mondo per me sono tutte uguali. Sono luoghi dell’anima in cui tue sei come sei: la strada è la tua scuola.

Quale è stato il personaggio che ha interpretato e che più le ha scosso l’anima?

Sono molto legato a Stefano Nardini, il protagonista di Non pensarci di Gianni Zanasi. Ogni tanto risbuca. Ho fatto una “nardinata” è diventato un carattere nel quale mi riconosco.

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In Fai bei sogni Marco Bellocchio ha dichiarato di averla scelta  per la sua tristezza che esprime mentre fa ridere. Ma nel suo prossimo film indagherà proprio questo aspetto, è stato lungimirante?

Lo ha detto a Cannes e quando l’ho guardato e lui si è subito ripreso: “Ma no, volevo dire malinconia”. Forse sono proprio così, visto che ho deciso che nel mio primo film cerco di ridere tantissimo in una situazione più che tragica. Non mi sento una persona triste ma uno che fa della malinconia un aspetto seducente.

Ha vinto come Migliore Attore non protagonista per il film Fiore di Claudio Giovannesi ma era in lizza anche come Miglior attore protagonista per Fai bei sogni. Deluso per non aver vinto?

Nessuna delusione anche perché avevo già vinto con Fiore e sarebbe stato veramente eccessivo il secondo David. Poi penso che Stefano Accorsi lo abbia meritato molto e sono stato contento della sua felicità.

Tanti film italiani come attore, non ha pensato ad uno sbocco internazionale? Quale è la difficoltà?

Io sono l’ultimo della mia generazione capace di lavorare con gli americani, ma non per la lingua ma per il tipo di attore che sono e per come intendo questo mestiere: non c’è proprio posto per me in una fabbrica di mostri di interpretazione come sono loro.

Ci racconti il suo divertente provino con Spike Lee

Spike Lee è il regista grazie al quale io vado al cinema. Vado a Trastevere per fare il provino per un parte in Miracolo a Sant’Anna che avrebbe girato in Italia. Era un monologo e Spike mi chiede di alzare la voce perché doveva uscire fuori la rabbia del personaggio e io gli dico che la rabbia l’avevo dentro ma lui mi guarda sconvolto, come a dire: “fa' come te pare”. Poi il film lo ha fatto Favino che è capace di fare tutto. Io lavoro sempre al minimo, in sottrazione e hanno ragione loro, non io.

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