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Il canone Rai: non si pagherà più in bolletta?

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Il canone Rai in bolletta? Forse non si farà, il Consiglio di Stato a pochi mesi dal via ha dato un deciso stop alla proposta del governo, ecco cosa è successo

Canone Rai pagamento in bolletta

Le novità annunciate dal Governo per il pagamento del canone Rai hanno subito una battuta d'arresto. Il Consiglio di Stato ha infatti espresso le sue perplessità rispetto a una risoluzione che appare decisamente poco chiara e il pagamento del canone via bolletta elettrica, che doveva partire già da luglio 2016, dovrà probabilmente attendere.

Uno dei punti critici evidenziati dal Consiglio di Stato è la definizione stessa di "apparecchio televisivo" che, in epoca di smartphone e tablet, merita certamente un approfondimento con le debite distinzioni. Non solo, con la nuova norma si parte dal presupposto che chiunque abbia un'utenza energetica possegga di conseguenza un apparecchio televiso e se così non fosse va esplicitamente dichiarato.

La dichiarazione in questione dovrebbe avvenire anche tramite la rete. Tutto comunque sembra essere rimandato, il Governo dovrebbe infatti rimettere mano al testo e modificarlo cercando di venire incontro alle indicazioni fornite, anche se non si tratta di un obbligo. Il pagamento del canone avrebbe dovuto essere ripartito in questa maniera, la prima tranche di 70 euro a luglio e i restanti 30 euro suddivisi nel trimestre autunnale,

Che cos'è il canone Rai

Nell’ultimo cinquantennio gli italiani hanno scoperto i vantaggi della “tecnologia domestica“. Mezzo secolo fa arrivavano le prime lavatrici e gli asciugabiancheria. Ma per i costi proibitivi, a metà degli anni ´50, in Italia solo tre famiglie su 100 possedevano una lavatrice. Poco più tardi, nel 1960 arriverà anche la lavastoviglie. Negli stessi anni gli italiani conoscono una loro grande amica: la televisione

Il servizio televisivo regolare cominciò nel nostro paese il 3 gennaio del 1954, a cura della Rai. Furono gli anni del bianco e nero, del telequiz all’italiana, del Musichiere e di Lascia o raddoppia. Allora, gli apparecchi televisivi erano un vero e proprio lusso che in pochissimi potevano permettersi; infatti, il numero degli abbonati era ancora relativamente esiguo. In quegli anni la televisione fu un fenomeno sociale, nei bar o in casa di amici si assisteva a visioni di gruppo, soprattutto in occasione delle trasmissioni più popolari. Oggi le tecnologia domestica rappresenta la normalità. Frigorifero, lavatrice, lavastoviglie, climatizzatori, vasche idromassaggio, televisioni, personal computer e persino le modernissime poltrone relax dotate di massaggiatore elettronico, sono beni di consumo che fanno, più o meno, parte delle dotazioni delle nostre case. Si usa definirli beni di conforto

Nel tempo alcuni di essi sono diventati parte essenziale delle nostre vite, ci appartengono e scandiscono le abitudini giornaliere. In modo particolare, radio e televisione si possono definire “elementi vivi” delle case italiane. Ci informano, ci tengono compagnia, ci divertono, ci aprono le porte del mondo. Questa sensazione di proprietà ed appartenenza, che caratterizza il nostro rapporto con televisione e radio, determina in tutti noi la sensazione che possedere una tv o una radio sia un diritto assoluto ed innegabile. E proprio per questo, poi, si avverte come odiosa ed insopportabile la tassazione, ovvero il tanto noto “canone rai“

Il famigerato “canone rai” fu istituito con legge nel 1938 con la dizione di “Disciplina degli abbonamenti alle radiocomunicazioni”. Altro non è che una tassa di possesso imposta dallo Stato sugli apparecchi radio televisivi; infatti, si deve corrispondere per il solo fatto di detenere materialmente una radio o una tv e non importa quali canali si vedano, come arrivi e se arrivi il segnale, non importa neanche se di fatto la si metta o meno in funzione. In altre parole il pagamento del canone trova ragion d’essere nel mero possesso di un apparecchio atto alle trasmissioni radiotelevisive, non rilevando in nessun modo l’uso che se ne faccia. 

Posta questa prima definizione del canone rai, occorrono un paio di precisazioni: intanto, va subito chiarito che la tassa va pagata una sola volta, indipendentemente dal numero di apparecchi detenuti; in secondo luogo va precisato che chi, pur non possedendo radio e tv, detenga un personal computer allacciabile alla rete non è liberato dal versamento del canone. Fu la legge Mammì, legge n°223 del 1990, a prevedere che il pagamento del canone consente, al soggetto che lo ha effettuato, di detenere e usare, nel privato della sua casa, uno o più apparecchi radiotelevisivi. L’estensione della tassazione ai personal computer allacciabili alla rete è frutto di una interpretazione estensiva della primigenia legge sulla disciplina degli abbonamenti. Nel 1938 il legislatore non poteva neanche pensare ad internet ed alle mille potenzialità della rete, infatti non esiste nella legge la sua previsione. 

Tuttavia la legge parla in modo generico di ogni apparecchiatura capace di intercettare i segnali radio televisivi. E siccome è indubbio che un personal computer collegabile alla rete possa essere usato per vedere la tv o sentire la radio, allora è chiaro che rientra “naturalmente” nello spazio di azione della legge. Quindi, il primo caposaldo del discorso è l’obbligo di pagamento in capo ai possessori di radio, tv e p.c. 

Il problema a questo punto diviene il seguente: come fa l’ente Rai a determinare chi possieda e chi no uno dei suddetti apparecchi? Dal 2001 l’Azienda ha facoltà di effettuare controlli sugli archivi anagrafici. Che cosa può scoprire attraverso questi controlli? Semplicemente può rilevare che tra i residenti esiste qualcuno che non paga il canone. Ma questo rilievo da solo non può fondare nessuna azione “coercitiva“ perché non è atto a stabilire se quelle persone, residenti e non abbonate, posseggano o meno un apparecchio radiotelevisivo. L’azienda, in altre parole, dovrebbe essere certa che il residente non abbonato effettivamente abbia in casa una tv, una radio o un personal computer. Sino al 2005 la Rai non aveva di questi problemi poiché poteva effettuare i così detti controlli sui nuovi acquirenti. I venditori erano “invitati” a mettere nella disposizione dell’azienda i dati personali degli acquirenti di apparecchi radio televisivi. Nel 2005 è intervenuto il Garante della privacy ed ha inibito questo genere di controlli. 

Privata di questa possibilità la Rai come fa a stanare i possessori che evadono il canone pur fruendo del servizio? Invia i suoi incaricati porta a porta. I metodi applicati dagli agenti Rai, al fine di verificare il possesso degli apparecchi tassati, non sempre sono stati ortodossi. Molti consumatori hanno denunciato atteggiamenti minacciosi, accompagnati da false informazioni e infondate pretese. A fronte di ciò, nell’aprile 2008, è intervenuto il Garante della privacy che ha imposto alla Rai il generale rispetto delle regole, in particolare nella tutela dei diritti dei cittadini. È bene chiarire che chiunque bussi alle porte degli italiani a nome o per conto della Rai, sebbene abbia lo scopo finale di verificare la detenzione di apparecchi radio televisivi, altro non può fare che informare sulla natura legislativa del canone e sulle condizioni di pagamento. Questi funzionari non hanno nessun titolo per pretendere di accedere nelle case, in Italia, a norma della suprema legge costituzionale, il domicilio è inviolabile. Una ispezione domiciliare conseguente all’omesso pagamento di una tassa è si possibile, ma rappresenta il momento finale di un iter giudiziario; potrebbe essere eseguita solo dalla Guardia di Finanza con regolare mandato, in adempimento di una disposizione giudiziale ed a conclusione di precipuo accertamento fiscale.

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