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«Di padre in figlia», Alessio Boni: da Giovanni Franza al ragazzo più chiuso della classe (e sulla fidanzata...)

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In "Di Padre in figlia" è il burbero papà Franza che ci mette 30 anni ad accorgersi delle cose che cambiano. Ma nella vita Alessio Boni è un attento e curioso spettatore. E progetta il salto dall'altra parte della macchina da presa

Alessio Boni

Così “cattivo” non lo avevamo mai visto. Alessio Boni, Anna Valle, Carlotta Natoli, Alessandro Roia è perfetto anche nei panni dell’autoritario, bigotto, ottuso e limitato Giovanni Franza, protagonista maschile della serie tv “Di padre in figlia”, in onda dal questa sera su Raiuno. Nata da un’idea di Cristina Comencini e diretta da Riccardo Milani è la storia di una saga famigliare che si sviluppa nell’arco di trent’anni e che racconta gli scontri, le lotte e i cambiamenti del nostro paese a partire dall’emancipazione femminile.

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«Non voglio difendere né avvallare il mio personaggio ma dire che è interessante perché ricorda quello che eravamo, non dimentichiamolo». Straordinariamente lanciato ne “La meglio gioventù”. Ha lavorato in teatro con Strehler e Ronconi. Ha incarnato Ulisse, Caravaggio, Puccini. Mille straordinari volti per uno degli attori di maggior talento in circolazione.

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Alessio Boni: "Giovanni Franza è il nostro bisnonno"

Interpreta Giovanni Franza, un padre padrone, capostipite di una famiglia veneta che comanda come un tiranno. Può parlarci del suo personaggio?

Giovanni Franza è il nostro nonno, il nostro bisnonno. Era l’Italia degli anni ‘50, della famiglia patriarcale dal retaggio contadino, prima del boom economico. Cerca il riscatto sociale e vuol far vedere che non c’è più la fame.

La storia dei Franza attraversa i grandi cambiamenti storici che hanno portato la donna alla conquista di molti diritti.

L’Italia ci ha messo più di trent’anni per dare più diritti e libertà alla donna. Allora era difficile alzare la testa contro il patriarcato e il maschilismo. La donna ha impiegato tantissimo e fatto di tutto per conquistare i diritti ed oggi dobbiamo fare qualcosa anche noi, più di prima. Questo è il segno forte che incide su queste quattro puntate su rai uno.

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Le è piaciuto fare un ruolo da cattivo?

Mi piacciono tutti i personaggi che sono completamente distanti da me. Per un attore togliere la sua morale, la sua etica e diventare altro da sé rappresenta un lavoro straordinario. Un processo interiore spaventoso. Ovvio che non mi ci ritrovo, ma questo è il fascino.

Come si è preparato?

Ho scartabellato le foto di famiglia. Ho raccolto le testimonianze di alcuni signori del mio paese, quelli di mio padre che ha 76 anni, ma anche i racconti dei miei zii e di una mia zia che ha 101 anni. Tutto questo è stato un humus umano e storico straordinario per potermi approcciare a Giovanni Franza senza alcuna forma di giudizio. Altrimenti non potrai mai fare l’attore.

Ho letto che si è commosso quando ha letto la sceneggiatura.

Si l’ho sviscerata e mi ha emozionato. Ci sarà un cambio struggente in Giovanni, a causa di un dramma che colpirà la sua famiglia. E’ fantastico, io amo quel personaggio, più di me stesso. Impiegherà 30 anni, dai ‘50 agli ‘80 per cedere, - da qui il titolo “Di padre in figlia”, il testimone della sua ditta di grappe alla figlia. Accetta che abbia studiato chimica e che prenda in mano l’azienda.

Pensa che sia un esperimento televisivo valido solo come memoria storica, o se al contrario possa insegnare qualcosa anche ai giovani?

Entrambi, dipende da come si legge. Ovvio la memoria storica ti ricorda come eravamo e quanto siamo fortunati oggi. Una donna nata negli anni ‘40 o ‘50 non aveva quei diritti che oggi ha conquistato, però dobbiamo tenere sempre presente quanto nonne, bisnonne e donne hanno dato per raggiungere questa uguaglianza. Certamente può essere anche un messaggio per i giovani  e un amarcord per le persone di 70 anni che vedono tanta televisione.

E’ stato testimone di Pangea, la campagna contro la violenza sulle donne, cosa può fare ognuno di noi concretamente?

E’ follia pura. La violenza avviene soprattutto dentro le mura domestiche. Oggi siamo fagocitati da tremila pensieri, problemi, corse, bambini, scuola, lavoro e non si ha mai tempo per se stessi, anzi paghi a volte un’analista 100 euro perché ti ascolti. Bisogna ricominciare a equilibrare noi stessi. Iniziamo ad ascoltarci. Partendo dall’essere umano, e non dal mercato e dal mondo virtuale in cui ormai siamo tutti assorbiti.

Ha recitato e diretto a teatro lo spettacolo “I duellanti” che si basa sul senso dell’onore.

Il senso dell’onore è solo un primo livello di lettura, avevo un po’ di nostalgia per le regole cavalleresche che non ci sono più e che bisognerebbe ogni tanto riprendere in mano. Oggi non ci sono più duelli all’ultimo sangue, ma se nella tua vita non dai una bella stoccata non vivi ma sopravvivi. In qualsiasi ambito e professione, ma soprattutto come uomo e come donna.

E’ sul set  di "Una ragazza nella nebbia", la versione cinematografica del romanzo omonimo di Donato Carrisi. Di cosa parla?

Sto girando a Bolzano un thriller con uno splendido cast: Toni Servillo, Jean Reno e Michela Cescon. E’ una denuncia sociale contro i mass media. Carrisi si domanda se sono i media ad accanirsi su un fatto di cronaca efferato o è il pubblico che si ciba di questo. Chi è ha più colpa? Un interrogativo che nel film viene ampiamente indagato.

Cosa cerca di trasmettere con il suo mestiere?

Con il cinema e il teatro vorrei mandare un messaggio, e fare educare la gente, quello è il bello, non ho mai dato credito all’ovunque, come diceva Pasolini “la poesia è per pochi”. Mi ha sempre interessato il ragazzo più chiuso della classe, quello in un angolo, che guarda fuori la finestra e che ha un mondo, piuttosto che quelli che ti si attaccano addosso per un motivo o per l’altro e ti contornano. Mi ha sempre incuriosito l’intimità dell’altro, la psiche, se non mi avessero preso in accademia avrei fatto psicologia. Mi interessa anche quello che stai pensando tu adesso.

Ha compiuto 50 anni, ha paura di invecchiare?

Il mio volto è segnato da quello che ho vissuto. Ci sono i miei acciacchi, le mie vicissitudini e nello stesso tempo la mia maturità. Non cambierei nulla e non tornerei mai indietro. Un 50enne deve essere un 50enne. Mi fanno ridere i 60enni che vogliono fare i 30enni.

Secondo lei quale è l’età migliore per un uomo?

A 40 - 45 anni sei giovane e puoi fare tutto. Ma sei anche abbastanza uomo da aver recepito le lezioni dalla vita e capire quanto devi rispettare gli altri perché viviamo degli altri. Siamo animali sociali, non siamo lupi solitari ma abbiamo bisogno dell’altro.

Ho letto che sogna di passare dietro la macchina da presa. Che tipo di storia le piacerebbe dirigere?

Ho già tutto in mente. Il titolo è “Un amore impossibile” ed è tratto da una storia realmente accaduta. Per fare un film dovrei fermarmi almeno un anno ma ho talmente tanti impegni che non ce la faccio.

E’ capitata direttamente a lei?

No, ad un’altra persona.

Era in cerca dell’amore, oggi lo ha trovato?

Ciao, devo scappare sul set.

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