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Il Canaro della Magliana: la storia vera di Pietro De Negri che ha ispirato il film Dogman di Garrone

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Il Canaro della Magliana: chi era Pietro De Negri, il famoso canaro della magliana protagonista dell'efferato omicidio di Giancarlo Rossi che ha ispirato Dogman, film di Garrone presentato a Cannes 2018. Ecco la sua vera storia

Il Canaro della Magliana

Quella di Pietro De Negri, il Canaro della Magliana che ha ispirato il film Dogman di Matteo Garrone presentato a Cannes 2018 e candidato agli Oscar 2019 come film italiano, è una storia orribile dentro e fuori. Fuori perché la violenta ferocia che lo fece passare alla storia farebbe impallidire il più brutale dei registi horror moderni. Dentro perché ci affaccia sull'abisso nero che può nascondere ogni cuore, perfino il nostro. Ma chi era il Canaro Pietro De Negri e cosa ha fatto? Lo racconta lui stesso in un lungo memoriale consegnato al giudice, unica versione - almeno fino a oggi - su quello che accadde quel giorno di febbraio del 1988.

Pietro De Negri e Giancarlo Ricci: come nasce Il Canaro

Quella di Pietro De Negri e Giancarlo Ricci è la storia di un rapporto che nasce nei vicoli della Magliana, un quartiere popolare di Roma che nonostante la ripulita degli anni '80 non ha mai perso la sua anima umida di asfittica borgata, abbandonata a sé stessa con tutti i suoi abitanti dentro.

De Negri Pietro: sino a qualche giorno fa un nome come tanti…eccetto ovviamente per i conoscenti ora non più. Con il mio demoniaco gesto, ho infangato un rispettato cognome che con tanti sacrifici il mio povero Padre ha sempre onorato. Come ben sapete i giornalisti si sono buttati a capofitto in questa tragedia. Non hanno certo risparmiato sarcasmo. Ho letto di tutto su questi giornali. Ma tanto, non mi appartiene. Sia di cose dette da me sia per la classificazione datami. Sono perfettamente cosciente del mio macabro delitto e nello stesso tempo sono qui per assumermi tutte le responsabilità che fin d’ora ne conseguono. Riguardo la mia sorte mi sono già messo l’anima in pace.

Pietro De Negri, in arte il Canaro, è una persona normale. Una di quelle che vedi e non vedi ogni giorno in mezzo alla strada, che ti attraversano la vita invisibili, e si allontanano senza che tu ti accorga della loro esistenza.

Pietro De Negri detto il Canaro è un quieto. Padre di famiglia, marito tranquillo, toelettatore di cani (da cui il soprannome) della Magliana. Ha un piccolo negozio dove accoglie gli animali, e cerca come può di rendersi invisibile in un quartiere dove vivere placidamente è il lusso più grande.

Ci riesce, a essere invisibile, De Negri. Fino a quando la sua strada non incrocia la moto di Giancarlo Ricci, da lui descritto come un ex pugile di 27 anni che quella Magliana l'afferrava ogni giorno con le mani, mordendola con la spavalderia di chi obbedisce solo alla legge del più forte, soprattutto perché il più forte è lui.

All'apparenza, quando le strade dei due s'incrociano, s'instaura il rapporto senza tempo che lega il bullo e la sua vittima: la vita di De Negri, nella versione che lui racconterà dopo l'omicidio, ogni giorno viene resa impossibile dalle angherie di Ricci, che lo rapina per poi rivendergli la refurtiva, entra nel suo negozio a far chiasso, semplicemente gioca a sentirsi onnipotente nei confronti di chi non può difendersi. O almeno, così pensa. 

Ma quel rapporto è altro: in quel rapporto De Negri non si limita a subire, è quasi affascinato - dicono le cronache del tempo - da quel suo persecutore spaccone. Finisce persino in carcere per averlo aiutato a rapinare il negozio vicino al suo, perdendo moglie e figlia, perdendo praticamente tutto tranne quelle quattro mura. 

Quando il Canaro esce, si scontra con Ricci che si rifiuta di consegnargli la sua parte della refurtiva, e lo schernisce, insultandolo e arrivando a consigliargli di far prostituire moglie e figlia per poter campare. Come se non bastasse, quando il negozio comincia ad andare bene, gli chiede il pizzo.

Nel suo memoriale, De Negri parla spesso del negozio, quasi un protagonista occulto della sua storia, che prima lo "salva" da una vita di crimine e poi diventa quasi prima causa e poi complice del suo del suo delirio omicida. Dopo l'abbandono della moglie, il Canaro si ritrova a vivere nel negozio. Riprende la via del crimine e durante il furto di un auto come manna dal cielo cade sulle sue ginocchia un panetto di cocaina.

La nuova attività di spacciatore del Canaro non poteva sfuggire a Ricci, avvoltoio pratico nell'avvertire l'odore di soldi. Un giorno Pietro torna in negozio e trova la porta scassinata e il suo adorato cane sanguinante. La rabbia e la cocaina che ha in corpo producono un mix letale che diventa una voce suadente, e convince il Canaro della necessità di una vendetta, nell'ineluttabilità di un castigo divino verso Ricci, e quel Dio che dovrà castigarlo è lui, il Canaro Pietro De Negri.

Intendiamoci: De Negri non è impazzito e lui ci tiene che si sappia. Il suo non è un delirio di tipo psicotropo, lui è il suo Deus ex machina, lui da solo, con le sue mani, si riscatterà da una vita di bullismo e frustrazione, vendicandosi su Ricci e rovesciando finalmente nel climax dell'ultimo atto il loro rapporto malato, rendendolo vittima nello scontro finale.

Striscia dopo striscia, cocaina su cocaina, il Canaro trova la forza. Chiama Giancarlo Ricci propondogli una di quelle spacconate alle quali sa il ragazzo non resiste: ha chiamato uno spacciatore che porterà un etto di cocaina. Ricci dovrà rapinarlo e poi, assieme, i due tireranno tutta la notte.

Chissà, forse Ricci aveva in mente di rapinare a sua volta De Negri, ma non lo sapremo mai. Perché l'ex pugile, seguendo il piano del Canaro, si nasconde nella gabbia dove venivano lavati gli animali, "l'unico posto dove il corriere non guarderà", lo rassicura Pietro. E' il 18 febbraio 1988.

L'atroce morte di Giancarlo Ricci, la macabra rivincita del Canaro

Giancarlo Ricci non capisce subito di essersi consegnato volontariamente alla tortura. Forse in quella gabbia già progetta nuove angherie contro Pietro, ma è quando all'improvviso una pioggia di benzina cade su di lui, che il piccolo mondo del quale è Dio vacilla e cade.

Dai cocci emerge il Canaro, ora è lui a decidere sulla vita e sulla morte e la sua sentenza è già stata scritta. 

Avverto dal suo tono di voce che ha avvertito la situazione e lo sento pecora. Non ho più il tremore alle gambe, afferro lo spruzzatore già pronto e comincio a spruzzargli benzina in faccia [...] Lui subito, più Fracchia che mai, mi esorta a farlo uscire per andare a prendermi la robba rubbatami. Mi sento un leone, non ho più paura di lui, fremo dal desiderio di massacrarlo di botte

(testo del memoriale raccolto da Mariella Regoli per Il Messaggero)

La danza del Canaro intorno la gabbia dove Ricci sta diventando De Negri si fa via via più feroce e insaziabile, mentre la forza aumenta nel corpo piccolo di questo uomo diventato carnefice. "Mi sentivo forte", dice Pietro nel suo memoriale "mi sentivo alto tre metri, grosso come una casa". In realtà Pietro non sapeva cosa fare fino al momento in cui vede il bastone con cui picchiava "i cani matti" e lo prende. 

Come tutti i grandi artisti, il Canaro improvvisa.

Improvvisa quando inizia a tagliargli le dita con una tronchesina. Improvvisa quando taglia le orecchie di Giancarlo, che con le ultime forze ancora lo stava minacciando. Improvvisa quando gli dà fuoco per cauterizzare le sue ferite e prolungare la sua sofferenza. E mentre improvvisa lo insulta, con una ferocia sempre maggiore, con una rabbia che cresce senza consumarsi, che si alimenta da sola.

"Non deve morire subito, è troppo comodo", pensa.

Non muore subito, infatti. Morirà dopo aver perso denti, lingua e alla fine i genitali. Morirà solo sette ore di sevizie dopo, Giancarlo, tenuto in vita fino alla fine dall'odio di Pietro. Un odio che lo ha reso invincibile, che gli ha tolto ogni stanchezza, che assieme alla paura ha guidato la sua mano fino all'ultima mutilazione, fino all'ultimo sfregio.

Pietro De Negri detto il Canaro verrà arrestato, processato e condannato a 24 anni per l'omicidio di Giancarlo Negri. Ne sconterà 16 prima di vedersi restituita la libertà, il 26 ottobre del 2005.

Non nego che sto a posto con la mia coscienza. Ritengo che solo chi ha conosciuto il Ricci Giancarlo o chi ne ha subito oltraggio, possano capire il mio stato d’animo, le mie emozioni che m’hanno portato al mio diabolico gesto. [...] Tornai a dormire sonno tranquillo al negozio. L’incubo era finalmente finito. Invece dovevo riscontrare che era appena cominciato.

M’hanno preso

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